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patetico, sinonimi

acqua sporca (1 di 1)

Quando anni fa decisi di aprire un blog stavo riemergendo dalla mia separazione, quella ufficiale, quella da un marito di lunga data, quella che aveva coinvolto i miei tre figli, quella per cui ho sputato sangue. Stavo riemergendo, dopo oltre un anno e mi sono detta, che forse tutte le cazzate che scrivevo potevo propinarle anche ad un incolpevole prossimo. E così feci e mai scelta fu meglio ripagata. Ma lo spirito con cui scrivevo era altro da oggi, era passato abbastanza tempo perchè dal barile del dolore emergesse il mio sarcasmo o l’ironia nei giorni buoni, una visione più lucida del puttanaio che avevo messo in piedi nella mia vita, avevo voglia di allegerire, di riderci su, di non piangermi addosso.

Oggi no. Non ci riesco. Mi ripeto che è tutto troppo fresco, la delusione troppo grande che l’investimento era enorme e non sarebbe normale diversamente. Un investimento enorme, sì e non tanto per il molto tempo dedicato, per la fiducia evidentemente mal riposta, per gli sconsiderati quanto abnormi progetti andati in fumo, quanto per aver lasciato che un’altra persona mi facesse abbassare così tanto la guardia dopo aver impiegato anni a ricrearmi il mio cavolo di posto sicuro (Dio come detesto questo termine) che poi sicuro, sicuro un corno visto il risultato, dicevo, abbassare tanto la guardia da ritrovarmi un giorno a scrivere pateticamente del mio dolore. Neppure l’ex consorte era arrivato a tanto.

Mi consolo dicendo che per ora questo blog non lo legge quasi nessuno e quel quasi sono per lo più amici che mi vorranno bene comunque e poi voi potete sempre andarvene, chi è costretta a restare in questa lagna sono io.

E allora azzardo e lascio che nella mia testa si materializzi un pensiero, un dubbio, una certezza anzi e lascio che vada, come il getto d’acqua che tracima dalla teglia unta poggiata malamente sul lavello e te la ritrovi ovunque, addoso, tra i fuochi, per terra, bagna canovacci e presine e anche se hai chiuso immediatamente il rubinetto è troppo tardi, il danno è fatto, acqua sporca tra tutto. Ti penso in quella casa. Fa male ma non riesco a smettere, penso all’anno scorso, a due anni fa a come ci facesse schifo il Natale divisi (almeno, a me faceva schifo) a come tutti e due recitassimo la nostra parte di genitori (almeno, io recitavo) e vi vedo lì, con le vostre palle di Natale cinesi, il vostro rito, ciascuno appende la sua e nulla, mi chiedo con che animo appenderai la tua pallina quest’anno, cosa ti passerà per la testa, nessuna cosa dolorosa da raccontarmi, nulla che io debba capire. Io non ci sono più ma tu sei la mia acqua sporca e sei maledettamente ovunque.

E nulla. Provo ad sciugare sto casino.

All that you rely on
And all that you can fake
Will leave you in the morning
But find you in the day

A. Belle

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gli algoritmi non gongolano

tornerai (1 di 1).jpg

Mi dicono che ritornerai.

Chi? Tutti. Tutti mi dicono che tornerai. Ma tutti chi? Chi sa. Chi mi vuole bene, chi si preoccupa, no, non prenderla sul personale se ti detestano, ci hai messo del tuo, credimi.

Mi dicono che tornerai. Me lo dicono con apprensione, cercando di prepararmi a questa nefasta eventualità, perchè io sia pronta a combatterti a suon di telefonate murate e messaggi ignorati. Tornerai come una recidiva di un male che ho combattuto ingenuamente, con la cura sbagliata, i tempi sbagliati, le forze sbagliate, l’intenzione sbagliata.

Non credo che tornerai. Lo sento. E sì, mi sono sbagliata un numero infinito di volte ma ancora azzardo ipotesi e allora ipotizzo che non tornerai.

Per paura, per accidia, per viltà.

E credo non tornerai perchè io non saprei più cosa dirti se non ricominciare da dove ho lasciato; rabbia, delusione, incredulità, pena anche, di quella brutta, non ho compassione per te, nessuna. Dolore, a ondate che ti sbattono a terra. Uno schifo insomma e allora meglio pensare che non tornerai, almeno questa volta.

Mi dicono che non sono pronta al tuo ritorno, che non riuscirò a rimanere salda sulle mie decisioni. E’ nato addiruttura un gruppo su Whatsapp in cui dovrei scrivere prima di fare qualsiasi altra cosa nel caso tu scrivessi o chiamassi. Scrivere sul gruppo prima di agire, prima che il cuore perda un battito, prima anche solo di pensare a cosa dirti. Di fatto mi ritengono incapace di intendere e volere e no, non la prendo sul personale, ci ho messo del mio, lo so. Sorrido e ringrazio, che ogni gesto di sentita vicinanza, anche se ti fa sentire imbecille è alla fine cosa gradita.

Li chiamavi gli algoritmi, coloro che mi sono stati accanto mentre tu giorno dopo giorno mi tiravi a fondo, le persone che tendevano una mano perchè io non scivolassi lentamente dove sono ora, per te erano solo entità che davano aria alla bocca con frasi e pensieri precostituiti senza poter minimamente comprendere né me, né te né tantomeno NOI. Oh come non potevano capirci! Ti sei così aggrappato a questo noi incomprensibile ai più che alla fine ti ci sei perso tu. Eri così sprezzante quando parlavi di loro, così sicuro che si sarebbero dovuti rimangiare ogni sillaba che io ci ho creduto e ti ho seguito nei tuoi deliri, non li ho ascoltati, non l’ho fatto per mesi, tenevo stretta la tua di mano, convinta che non mi avresti mai fatto del male, che la sofferenza che provavo fosse dovuta alla situazione, non a te. E poi me lo dicevi sempre: “perdonami, io non sono questo”, era aria per me sapere che non eri la persona che mi stava mortificando e mentendo da mesi. Ah no, scusa, non erano bugie, perchè tu ci credevi.

Non gongolano “gli algoritmi”, avevano ragione loro ma non gongolano, perchè l’unica cosa che chi cerca di salvarti vuole è salvarti e questa battaglia l’hanno persa. E l’hai persa anche tu.

E la cosa incredibile è che ho visto come fuggivi senza muoverti dal tuo posto, sfruttando quella momentanea distrazione per sparire

D. Grossman

separazione

non abituarti mai

Oggi sarebbe dovuto  essere il giorno.

Un inizio. Il nostro inizio. Dopo aver atteso un tempo infinito, dopo aver sopportato l’insopportabile e accettato l’inaccettabile, oggi avrei meso un punto e girato una pagina. Così non sarà. O forse sì, ma non nel modo che mi aspettavo.

So di essere per i più dalla parte sbagliata della storia, so di essere diventata un banale clichè, so di suscitare un misto di compatimento e di “io te l’avevo detto” in chi mi circonda, so anche di aver scelto e la scelta non la rinnego e so che per lunghi tratti ha corso con me verso il baratro, baratro che tutti avevano previsto ad eccezione della sottoscritta. So di averci ciecamente creduto e credo di non essere stata sempre sola in questo. O forse lo ero, a questo punto è tutto molto confuso. Ciò che è certo è che non ha scelto me, o meglio, non ha scelto e io non ho scelto lui, che forse fa differenza. Forse.

Ricucio assieme i pezzi ancora una volta e temo che ne manchino, che avendo cucito e ricucito me stessa troppe volte i lembi non combacino più, pezzi sparsi da ricomporre con un ordine preciso, ordine che non c’è.  E allora provo e dopo aver preso una delle decisioni più difficili e dolorose che abbia mai preso chiudendomi alle spalle quella porta, apro questa. Il primo blog mi ha letteralmente cambiato la vita, lo ha fatto in milioni di modi inaspettati, non pretendo accada di nuovo, mi limiterò a scrivere e aspettare che il tempo faccia il resto e mi dia quel distacco necessario per capire cosa avrei potuto fare diversamente, lasci cicatrici a memento e non dolorose ferite che assorbono ogni pensiero raziocinante. Ed è mentre provo a riprendere il controllo di una vita che da qualche parte mi è letterelamente sfuggita di mano che realizzo che il problema di fondo non è accettare ciò che non si dovrebbe ma abituarsi a farlo.

Ci si abitua all’assenza, ci si abitua alle promesse non mantenute sperando che i “mai più” non siano pronunciati così per dire, che gli “andrà tutto bene” abbiano un pensiero dietro, un piano forse. Ci si abitua a perdonare, ad accontentarsi, alla mancanza di attenzioni. Diventano normali le umiliazioni, il tempo elargito con parsimonia, l’egoismo mascherato da necessità. Ci si abitua alle ingiustizie, al dolore, a non valere mai abbastanza. Ci si abitua a dare senza ricevere, alla solitudine, ai sopprusi. Ci si abitua ad accontentarsi di poco, pochissimo, accontentarsi di ciò che avanza dalla vita di altri e quel poco lo si rincorre e quel poco incredibilmente manca e sembra di non poterne fare a meno.

E alla fine, ci si abitua all’infelicità.

lo spreco della vita si trova nell’amore che non si è saputo dare, nel potere che non si è saputo utilizzare, nell’egoistica prudenza che ci ha impedito di rischiare e che, evitandoci un dispiacere, ci ha fatto mancare la felicità.

O. Wilde